Visualizzazione post con etichetta a domanda risponde. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta a domanda risponde. Mostra tutti i post

lunedì 1 novembre 2010

Se le note non sono giuste

La gente può anche dire che non so cantare, 
ma nessuno potrà mai dire che non ho cantato.
Florence Foster Jenkins


Non vorrei che qualcuno, leggendo il titolo, si aspettasse le confessioni di un prof pentito per aver messo troppe note ingiuste. Quindi chiariamo subito: qui si parla di note musicali (mi spiace deludervi).
In un post di qualche tempo fa, in un momento di pura pazzia, avevo invitato a scrivere per eventuali domande su argomenti matematico-scientifici. Con un po' di delusione e con un po' di sollievo ho notato che nessuno scriveva. Poi ecco la prima domanda (come si poteva prevedere, l'autore è il Mac, di seconda A): "Perché alcune persone sono intonate e altre no?".
La domanda è rimasta in sospeso per qualche mese (nel frattempo il Mac è passato in terza A!). Non solo per mia pigrizia, anche per la mia ignoranza in materia: "Ecchennesò?" avrei dovuto rispondere. Ma ho cercato di documentarmi e azzardo una risposta più precisa. 
Per la verità, non sono nemmeno sicuro che la domanda sia valida: se chiedi a qualsiasi insegnante di musica probabilmente risponderà che non esistono persone stonate ma solo persone non educate al canto. In effetti, per la stragrande maggioranza è così.

Stonati: quelli veri
In realtà esistono persone che non solo stonano ma non riescono nemmeno ad accorgersi delle stonature, proprie o di altri. Sono gli amusici (cioè affetti da amusia): persone che non distinguerebbero Povia da Mozart, gente che, sentendo Emanuele Filiberto al festival di Sanremo, potrebbe credere di avere davanti un vero cantante (nessuno invece crederebbe di avere davanti un principe, ma questo è un altro discorso). Sono amusiche circa 4 persone su 100. Quindi non è impossibile che ce ne sia qualcuno anche nella vostra scuola. In effetti mi è capitato di sentire certi "suoni" provenire dalle aule di musica!
L'amusia è dovuta a motivi di origine cerebrale, un po' come la più nota dislessia (un disturbo dell'apprendimento che consiste soprattutto in difficoltà nel leggere e scrivere).
Nel 1800 furono descritti casi di amusia acquisita in seguito a incidenti o a danni cerebrali. Per molto tempo si è invece pensato che l'amusia congenita (presente già alla nascita) fosse solo un mito. In un articolo del 2002, però, un gruppo di ricerca canadese, diretto dalla neuropsicologa Isabelle Peretz, pubblicò la storia di Monica, una donna di mezza età, colta, intelligente, con un udito perfetto e una buona memoria. Fin da bambina Monica scoprì di non essere portata per la musica: partecipava al coro della chiesa locale e il direttore le suggerì di muovere la bocca ma, per l'amor del cielo!, non cantare. Stessa storia quando aveva cercato di entrare a far parte della banda musicale. Dal momento che non aveva alcun difetto o danno fisico e nemmeno si poteva dire le mancasse un'educazione musicale, Monica è considerata il primo caso documentato di amusia congenita.
La Peretz sottopose Monica a una serie di test. Ad esempio le fece ascoltare delle sequenze di cinque note, in cui la quarta era più alta o più bassa. Le scoprì enormi difficoltà nel riconoscere la differenza, in particolare per le note più basse. Le difficoltà nel cantare e suonare derivavano evidentemente da questa incapacità di riconoscere i diversi toni, proprio come la principale causa della dislessia sembra essere la difficoltà nel riconoscere i suoni che compongono le parole.

Alcuni aneddoti 
Ci sono poche certezze riguardo le cause della amusia congenita. Si sta ancora tentando di individuarne i geni. Non è facile, soprattutto per la difficoltà nel capire chi è davvero amusico. Molto più semplice è trovare qualche aneddoto interessante. Basta farsi un giro in internet (ho trovato persino un blog dedicato all'amusia) oppure in libreria:  qualche caso si trova, ad esempio, nel recente libro di Oliver Sacks Musicofilia. Ne scelgo un paio quasi a caso.
D.L., una signora (ex insegnante!) racconta di non riuscire a riconoscere l'inno nazionale (è costretta ad aspettare che gli altri si alzino in piedi per essere sicura) ma nemmeno "Tanti auguri a te". La stessa signora L. spiega quello che sente quando viene suonata della musica: "è come se tu fossi in cucina e sbattessi a terra tutto il pentolame".
Un altro caso: a una paziente che aveva subìto un danno al cervello, fu fatto sentire l'Adagio di Albinoni prendendolo dalla sua collezione di dischi. Lei sostenne di non aver mai sentito prima quella musica e poi disse: "Mi dà una sensazione di tristezza, è un po' come se fosse l'Adagio di Albinoni".


Sei amusico?

Se volete sapere se siete amusici, un primo passo potrebbe essere fare il test online proposto dall'università inglese di Newcastle upon Tyne come parte di una ricerca in corso. Il test consiste nell'ascoltare delle coppie di brevi brani musicali e capire se sono uguali tra loro o leggermente diversi. Sono proposte due sequenze di 30 coppie di brani, io ci ho azzeccato 28 volte su 30 nella prima sequenza e 29 su 30 nella seconda: sembra che io non sia amusico.


Stonati e felici
Per concludere: se sei solo stonato, puoi sperare di allenare l'orecchio e la voce, magari prendere qualche lezione, e migliorare. Se sei proprio amusico hai ben poche speranze di diventare intonato. Ma non è detto che tu non possa diventare una star della musica.

È quel che è successo a Florence Foster Jenkins. Vissuta più o meno un secolo fa, la Jenkins era decisa a imporsi come cantante lirica. Purtroppo sembrava quasi incapace di tenere il tempo della musica e faticava altrettanto ad azzeccare le note. Ciononostante riuscì a diventare famosa, grazie alla propria tenacia e all'abilità di Cosme McMoon che la accompagnava al piano cercando di assecondarne e mascherarne gli errori. E, forse, anche perché il pubblico apprezzava le sue esibizioni come una sorta di teatro comico più che come uno spettacolo di bel canto.
Qui di fianco, la copertina di un suo disco, pubblicato postumo: La gloria(????) della voce umana. Qui sotto la registrazione di una sua esibizione: tanto per farsi un'idea.

domenica 28 febbraio 2010

A domanda risponde

A parte che i tempi stringono
e tu li vorresti allargare...
(da Niente paura di Ligabue)

La citazione colta mi dovrebbe aiutare a spiegare che tenere un blog è faticoso, molto più di quello che si può pensare. Soprattutto se si parte con ambizioni troppo grandi: scrivere sempre qualcosa di originale, che non si può trovare da altre parti, almeno non in quella forma. Qualcosa di chiaro e semplice ma anche rigoroso. Qualcosa che non sia un semplice rimando ad altri siti. Se possibile, qualcosa di affascinante.
Ora, ammesso di averne la capacità, uno si illude di riuscire a trovare il tempo per fare tutto ciò. Poi si trova a dover fare lezione, preparare verifiche, correggere verifiche, andare a prendere un figlio all'asilo, giocare col suddetto figlio, procurarsi da mangiare, mangiare, collaborare a tenere una parvenza di ordine e pulizia in casa, trovare la voglia di scrivere che superi la voglia di leggere i libri che si accumulano sulla scrivania. Insomma, senza farla troppo lunga: ho una lista di cose da scrivere ma non riesco a finirne neanche una in maniera che mi soddisfi. 
Intanto i giorni passano: la data dell'ultimo post è di dieci giorni fa (!).
Tutto ciò per introdurre il vero argomento di questo post che, dopo la premessa, sembrerà una follia. E forse lo è: ho deciso di seguire una proposta del Mac (quello di seconda A, non il computer) e creare un post (questo) dove ognuno può fare delle domande cui io mi riprometto di rispondere.
La cosa funziona così: nei commenti al presente post uno scrive la domanda (occhio: è NECESSARIO scrivere il proprio nome, altrimenti non ammetto nemmeno il commento). Poi aspetta. E aspetta ancora. Aspetta che io trovi tempo e forza per rispondere. E non è detto che li trovi.
Come ho già fatto notare non sono un'enciclopedia vivente e questo blog non è un rispostificio, tipo yahoo answers. Ma può anche essere che qualche domanda interessante dia lo spunto per qualche risposta altrettanto interessante. Un piccolo esperimento, vediamo come va.
Faccio notare anche che esiste un sito (di esperti veri) che si chiama proprio A domanda risponde. Si fa pagare per le risposte. Giurin giuretta, io ho pensato al titolo di questo post prima di sapere del suddetto sito.
A voi la parola.

giovedì 4 febbraio 2010

Un altro pesce dal passato

In un post di qualche giorno fa ho raccontato la storia del celacanto. Ora, si potrebbe pensare che la scoperta di una specie che si pensava estinta da milioni di anni possa essere già abbastanza clamorosa. Invece non è finita.

Manado Tua, isola di Sulawesi, Indonesia. Un bel giorno di settembre del 1997, Mark Erdmann e sua moglie Arnaz sono in luna di miele, stanno passeggiando tra le bancarelle del mercato. All’improvviso Arnaz nota uno strano pesce su un carretto: è coperto di scaglie marroni e ha delle strane pinne lobate. La maggior parte dei turisti considererebbe quell’animale come una stranezza locale. Si dà il caso però che Mark Erdmann sia un biologo marino con un dottorato all’Università di California a Berkley. Riconosce subito il celacanto. Lo fotografa. Chiede informazioni al pescatore: pare che il celacanto sia un pesce locale. Mark aveva studiato che il celacanto è sudafricano ma pensa che, evidentemente, i suoi ricordi di studente sono imprecisi e il pescione è diffuso anche in Indonesia. D’altra parte fino a qualche decennio prima sembrava che non ce ne fossero proprio più, da nessuna parte…
Tornato in California Mark scopre che i suoi ricordi erano giusti: non si hanno notizie ufficiali di celacanti più a Est del Madagascar! Erdmann torna in Indonesia e si mette a cercare il pescatore che aveva incontrato al mercato. E lo trova. Ne trova anche altri tre che dichiarano di aver pescato il celacanto. Sembrano attendibili. Pare anzi che da quelle parti il pesce sia noto come “Re del mare” e se ne peschino 2 o 3 all’anno. Così Mark promette una ricompensa a chi gliene procurerà un altro esemplare.
La mattina del 30 luglio 1998, un pescatore gli porta un grosso celacanto ancora vivo.
Dagli esami che seguiranno risulterà che non si tratta di una Latimeria chalumnae. È una nuova specie: Latimeria menadoensis.
Il confronto tra i DNA dei due animali dice che la differenziazione tra le due specie risale a circa 30-40 milioni di anni fa.
Così adesso non abbiamo più un pesce venuto dal passato, ne abbiamo due.
A vederli sono quasi uguali, sennonché il celacanto africano è bluastro, quello indonesiano è marrone. Per il resto può valere ancora la descrizione che Marjorie Courtenay-Latimer scrisse nel 1938, quando chiese aiuto a J.L. Brierly Smith per la prima classificazione del pesce (allora) misterioso: "É ricoperto di pesanti scaglie, quasi come un’armatura, le pinne somigliano ad arti [...]. La dorsale ha sottili spine bianche su ogni filamento".
Sembra un po’ la descrizione di un mostro da film. E infatti nel 1954 il film Il mostro della laguna nera (The Creature From The Black Lagoon, in originale) è dichiaratamente ispirato alla scoperta della latimeria delle Comore, avvenuta l’anno prima. Nell’immagine la locandina del film.

Molto è stato scritto sul celacanto ma non moltissimo si sa. Vive rintanato in profonde grotte marine e ne esce nel pomeriggio per cacciare lungo la costa, sempre alla stessa ora. Dove tenga l’orologio resta un mistero.
Una spedizione del 1987 osservò per la prima volta uno strano comportamento: le latimerie ogni tanto si inclinavano in avanti e sembravano stare in piedi sulla testa. Perché? Un altro mistero.
Le sue pinne simili a zampe indussero a credere che il celacanto fosse l’antenato diretto dei vertebrati terrestri. Si pensava che usasse le pinne per camminare sul fondo. Non era così: le pinne gli permettono solo un grande controllo della nuotata.
La latimeria è inclusa nella lista rossa dell’IUCN come specie a rischio di estinzione. Ne restano poche, infatti, probabilmente meno di un migliaio. È un animale immutato da oltre 400 milioni di anni. Non è antenata diretta dell’uomo ma di sicuro è riuscita a sopravvivere ai dinosauri. Sarebbe un vero peccato se proprio adesso finisse per estinguersi. Di nuovo.

lunedì 1 febbraio 2010

Il pesce venuto dal passato

La prima volta che ho sentito parlare della Latimeria ero all’università, assistevo a una lezione di zoologia dei vertebrati. Saranno si e no vent’anni fa, o poco meno. (Tralascerò qui di notare che gli anni passano con una velocità vergognosa, fino a sembrare minuti.)


L’ultima volta che ho sentito parlare della Latimeria è stato pochi giorni fa, a un’altra lezione. Non ero all’Università e l’argomento della lezione non era la zoologia dei vertebrati. Si stava parlando di apparato respiratorio umano e, grazie alla mia innata abilità nel perdere il filo e grazie ai soliti interventi fuori tema, siamo passati ai pesci antichi. Non so ancora come.


Fatto sta che tornare a parlare della Latimeria mi ha suscitato un vespaio di ricordi e ha fatto rinascere interessi sopiti. Perché è piuttosto interessante la vicenda di questo pesce (la Latimeria è un pesce, sì, noto anche come celacanto): per anni si credette che lei e i suoi parenti stretti (non troppo stretti, in realtà l’intera classe dei Sarcopterigi) fossero ormai estinti. E non da poco: estinti dal cretacico (tra 146 e 65 milioni di anni fa, anno più, anno meno). Li si studiava solo grazie ai resti fossili.


Sudafrica. Un bel giorno di dicembre del 1938, presso la foce del fiume Chalumna, viene pescato uno strano pesce blu, con delle pinne ventrali e pelviche (quelle “sotto la pancia”) che assomigliano un po’ a delle zampette. È un bel pescione lungo 1 metro e mezzo, oltre mezzo quintale di peso. I pescatori lo portano al museo naturalistico di East London (Sudafrica), dove lavora Marjorie Courtenay-Latimer. Quest’ultima capisce di avere a che fare con qualcosa di ignoto. Chiede aiuto a J.L. Brierly Smith, suo amico ed esperto ittiologo. Risulta che non si tratta solo di una specie sconosciuta ma di un vero e proprio fossile vivente, l’unico esemplare di un’intera classe che si credeva scomparsa coi dinosauri. Uno scoop!
La nuova specie venne chiamata Latimeria chalumnae e, se avete letto con sufficiente attenzione, potete ben intuire da dove arriva il nome.


Ma il celacanto non era solo un fossile vivente, era anche difficilissimo da pescare: ci vollero 14 anni e perfino una taglia di 100 sterline (dead or alive!) perché ne saltasse fuori un altro esemplare. Fu pescato in un altro bel giorno di dicembre, stavolta però al largo delle isole Comore (Oceano Indiano, non lontano dal Madagascar).


Poi si scoprì che gli indigeni non solo la pescavano piuttosto spesso ma erano anche poco contenti quando se la ritrovavano nella rete: avevano provato ad assaggiarla e, ignari di mangiarsi un fossile vivente, non la consideravano un granché come cibo. Forse sapeva un po’ di vecchio, verrebbe da dire.


Più o meno a questo punto ero rimasto. Ho anche rispolverato il vecchio libro su cui ho studiato, Zoologia dei vertebrati, di Enrico Vannini (edizione 1982): si parla di “unica specie attuale”. Ma la storia continua.
Per sapere come va a finire dovrete aspettare il prossimo post.


Nel frattempo potreste fare una gita al Museo di storia naturale di Milano, dove si trova l’esemplare più vicino a noi. Questo se ne volete vedere uno dal vivo (si fa per dire: è un calco).
Se preferite potete guardarvi questo raro filmato di un celacanto in libertà:
Coelacanth in deep submarine canyon